foto da pixabay

Certi social sono veramente paragonabili a dei criminali ingaggiati in maniera gratuita e spietata alla portata di click e con questo non voglio dire che la colpa è di Tik Tok ma di chi dovrebbe controllare tutto e invece non lo fa … qualcuno direbbe ma come si fa a controllare milioni di utenti? E’ un problema che dovrebbe porsi chi inventa queste app!!

L’ultima demenzialità e pericolosità lanciata su uno dei social che oramai è più di tendenza (Tik Tok) riguarda una “challenge di soffocamento” ovvero un gioco in cui la vittima deve simulare un soffocamento con tanto di cintura alla gola, una sfida da vincere e oltrepassare …. una sfida e un gioco che realmente hanno soffocato una bambina di 10 anni di Palermo, per lei è stata inutile la corsa all’ospedale: non c’è stato più nulla da fare.

Ci sono delle indagini in corso sulla vicenda, la polizia ha sequestrato il cellulare della bambina, i genitori non hanno potuto aiutare la figlia una volta accortisi della situazione, il cuore della bimba ha smesso di battere.

Interessante le parole della psicoterapeuta Maria Rita Parsi rilasciate all’Adnkronos: «Un gioco? E come una bambina di 10 anni è potuta arrivare a questo gioco? Manca il controllo. C’è un controllo per le parole di Trump sui social ma non per questi giochi pericolosi, per queste sfide terribili che però mettono in luce un fenomeno che ormai vede protagonisti non solo ragazzi ma anche bambini: una sfida alla morte, al suicidio che mostra anche la solitudine di questi giovani e giovanissimi in questo momento particolare».

«Credo che questi meccanismi di sfida siano sollecitati da qualcuno, gruppi di coetanei se non da adulti che trovano terreno fertile nei bambini o giovani in difficoltà – ha aggiunto Parsi – resi ancora più fragili da questo momento di pandemia, dal lockdown, dal non poter gioire della compagnia dei coetanei o dei fondamentali nonni. Bambini o giovani rapiti dalla solitudine, dallo stress e dal malessere tanto da arrivare alla sfida con la morte e quindi al suicidio». «Serve controllo, bisogna rendersi conto che internet e i social i nostri ragazzi li conoscono e li sanno usare meglio di noi. Bisogna scoprire chi e cosa c’è dietro a queste sfide di morte che da virtuali diventano tristemente reali», ha concluso.

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