Tutti quelli che fino a ieri erano stati i cardini indiscutibili della politica presidenziale americana sono crollati sotto al peso del sorprendente trionfo di Donald Trump. A partire dalla sua biografia e dalle sue uscite, che avrebbero distrutto la carriera di qualunque candidato tradizionale, ma proprio per questo hanno invece esaltato la sua. Campione della scorrettezza politica, dell’avversione all’establishment e del populismo, ha sdoganato questi fenomeni come nuova corrente dominante nel mondo occidentale e oltre.

Nato al Queens nel 1946 in una famiglia di costruttori, da ragazzo Donald era così indisciplinato che il padre lo aveva mandato all’Accademia militare di New York, nella speranza di raddrizzarlo. Lui aveva capito la lezione, laureandosi subito dopo in economia alla prestigiosa Wharton School. Era entrato nella compagnia di famiglia, cominciando come muratore: «Era durata poco, però. Solo tre settimane». Le manie di grandezza avevano guidato la sua vita. Dal lavoro, dove ha legato il suo nome ad alcuni degli edifici più fastosi di New York, alla vita privata, con la serie delle tre bellissime mogli Ivana, Marla Maples e ora Melania Knauss, e dei cinque figli e sette nipoti. Per un George Bush o un Barack Obama, una simile storia famigliare avrebbe significato la fine di ogni ambizione politica. Per lui, come ci racconta l’imprenditore italiano Paolo Zampolli che gli aveva presentato Melania, è stata invece un motivo di popolarità fra gli elettori: «Chi non vorrebbe avere una bella moglie? Melania lavorava per la mia agenzia di modelle. Gliela presentai durante una festa, alla fine della settimana delle sfilate di moda a New York. Qualche giorno dopo venne a cena da me con lei, e scoprii che stavano insieme».

L’arguzia professionale del padre Fred, figlio di immigrati tedeschi che aveva fatto i soldi costruendo case popolari al Queens e nelle periferie di New York, gli andava stretta. Grande esempio di abilità imprenditoriale, ma anche destino da evitare a tutti i costi. Perciò si era lanciato alla conquista di Manhattan, cominciando dalla scommessa di ristrutturare un vecchio albergo sulla 42esima strada. La decisione di buttarsi nel settore dei casinò, col Taj Mahal di Atlantic City, lo aveva portato alla bancarotta nel 1991. In totale quattro sue compagnie sono fallite, però ha sempre trovato il modo di cancellare i debiti e tornare a costruire, magari con i soldi degli altri. Un politico tradizionale sarebbe stato distrutto da questi fallimenti, ma lui invece li ha rivendicati come abilità di sfruttare al meglio il sistema americano per rialzarsi.

 

Il simbolo della rinascita era stata la Trump World Tower, completata nel 2001, 72 piani davanti all’Onu, che all’epoca era la torre abitativa più alta del mondo. Poi magari non pagava i fornitori, e aveva sfruttato le perdite vere o presunte da un miliardo di dollari per non pagare le tasse per vent’anni. Ma questo, secondo l’ex sindaco e procuratore di Manhattan Rudy Giuliani, rappresenta «il suo genio, e la sua capacità unica di riformare un sistema fiscale ingiusto che non funziona e premia solo i più ricchi». Cioè lui stesso. Ma questo per gli elettori è stato un plus, perché «se ha già i soldi non avrà bisogno di rubarli, e quindi farà ciò che promette».

 

Ad esempio il muro lungo il confine col Messico, che lo ha lanciato, interpretando il sentimento di pancia dei bianchi della classe media e bassa rurale, che sentivano l’America sfuggirgli di mano. Con Donald l’hanno riconquistata, in attesa del prossimo scontro con le minoranze, che intanto stanno inevitabilmente diventando maggioranza negli Usa, o con gli effetti della globalizzazione, che il nuovo presidente promette di rimettere al servizio della sua gente.

 

A tutto questo Trump ha aggiunto anche il successo televisivo, soprattutto col reality «The Apprentice», che lo ha preparato alla comunicazione della sua campagna, forse diretta e arrogante, ma certamente efficace. Inclusi i tweet alle 3 del mattino per criticare le forme di una ex Miss Universo, o la registrazione in cui diceva che il suo stato di star gli permetteva di prendere le donne come voleva. Forse questa gaffe avrà smosso benpensati e femministe, ma non il suo fedele elettorato: «Posso andare sulla Fifth Avenue e sparare a una persona, e non perderei un voto».

Ha militato nel Partito repubblicano, riformista, democratico, indipendente, e ora di nuovo repubblicano, stavolta per entrare alla Casa Bianca. Perciò l’establishment del Gop non si fidava di lui, e gli elettori lo hanno scelto. Come aveva preannunciato il regista liberal Michael Moore, la sua elezione è stata «il più grande vaffanculo della storia». Donald però promette di trasformarlo in una rivoluzione, che «restituirà il potere al popolo». Fonte. La Stampa.it


LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here